La COP 21 vota per acclamazione il Patto di Parigi

La COP 21 vota per acclamazione il Patto di Parigi

È sabato 12 Dicembre 2015 e siamo nei padiglioni di Le Bourget a Parigi. Alle 19:30 Laurent Fabius, Presidente della COP 21 si scusa del ritardo con il quale ha distribuito il testo del documento che sarà ricordato come l’Accordo di Parigi (>scarica l’Accordo). Ma passano appena pochi secondi dopo i quali il Presidente proclama solennemente: "L'Accord de Paris sur le climat est acceptée". La commozione in sala è al massimo, gli applausi sono continui. Fabius sancisce l’accordo col suo martelletto che, dichiara, è piccolo ma è per una grande cosa.

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La retorica è misurata. Il Sud Africa dedica l'Accordo a Nelson Mandela. Dure critiche del Nicaragua. L'Europa dice ai francesi che il Patto è un loro successo, e che tutti noi europei ne siamo orgogliosi: è infatti il primo atto di successo del negoziato multilaterale sul clima dopo il Protocollo di Kyoto, 18 anni fa. La Cina dice che il Patto forse lascia aree di miglioramento, ma è un passo in avanti storico. Un segnale forte per uno sviluppo low carbon e sostenibile. John Kerry definisce il Patto una tremendous victory per noi e per le future generazioni: 196 paesi e 196 opinioni oggi si riuniscono in una visione unica e progressiva. Il Patto, dice Kerry, dà un forte segnale ai mercati in favore di una innovazione sostanziale del modello di sviluppo. Gli Stati uniti e Obama personalmente ringraziano la Francia, vittima del terrorismo. Il Venezuela definisce il preambolo del Patto come incredibilmente rivoluzionario perché restituisce all'accordo tutte le dimensioni sociali e i diritti umani, della donna e dell'ambiente. Ringrazia Papa Francesco la sua enciclica Laudato sì.

Dice Ban Ki-moon, Segretario generale dell’ONU, che il Patto di Parigi è monumentale. L'accordo dimostra una nuova solidarietà. Prefigura una nuova era di energia pulita e rinnovabile. Hollande, commosso, dice che la storia ricorderà il 2015 come l'anno dell'Accordo di Parigi, la più bella e la più pacifica delle rivoluzioni che nasce dalla città martire del terrorismo jihadista. La storia, dice, è di chi si impegna, non di chi fa calcoli. Ringrazia Al Gore, un precursore presente in sala di quanto sta accadendo. L'assemblea applaude. Copenaghen è dimenticata.

L’Accordo di Parigi segna un cambio di passo epocale nel far fronte alla crisi climatica, soprattutto sul piano etico-politico. L’esile e ben foraggiato fronte degli scettici oggi scompare, sovrastato dalla volontà del mondo intero di salvare la vita sul pianeta, a cominciare da quella dei più poveri. Infatti 187 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno dichiarato necessari rilevanti impegni di riduzione e impegnative politiche di adattamento e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare periodicamente e globalmente questi impegni. L’obbiettivo strategico a lungo termine, fortemente evocativo e motivazionale, è che il riscaldamento medio globale della terra a fine secolo stia molto al di sotto dei 2°C rispetto all’era preindustriale e di fare ogni sforzo per non aumentare più di 1,5 °C. D’ora in poi questa è volontà comune dell’umanità intera.

Il processo globale messo in moto a Parigi avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili, in particolare carbone e petrolio; innescherà un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili, nel risparmio energetico, nella mobilità sostenibile e un generale maggiore impegno nell’ecoinnovazione. L’insieme di questi fattori farà crescere, con buona probabilità, la competitività della green economy, la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

La COP 21 fa proprio il documento della Convenzione, che valuta la potenzialità di contenimento termico degli attuali impegni nazionali dichiarati dai 187 Paesi, gli INDC, a +2,7 °C a fine secolo, quindi non sufficiente per tenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 °C. Occorre pertanto da subito impegnarsi per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali, locali e dalle imprese, così da arrivare alla prima verifica dell’Accordo - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili. Anche l’Europa e l’Italia dovrebbero fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C, l’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando le sue politiche per la mitigazione climatica e la green economy. L’Italia potrebbe anche sfruttare la grande emozione di Parigi per tirarsi fuori con la stampa, i giornali e la cultura, dai suoi stucchevoli atteggiamenti désengage a sfondo cinico, da terzo mondo.

(fonte: Susdef)